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Ridi, che la mamma ha fatto i Gnocchi

Oggi ho letto ne ‘il Giornale’ on line l’articolo di Alessandro Gnocchi dedicato alle ottime vendite del libro ‘Cotto e mangiato’ di Benedetta Parodi, ‘E la Parodi si cucina i soloni della letteratura’. Già nell’abstract leggere la puntuale indicazione della suddetta come ‘giornalista’ e la definizione invero altrettanto puntuale degli scrittori, qualificati come ‘vip’, ho avuto la presunzione di pensare di aver già capito tutto, ma si sbaglia.

Nella sostanza il commento rivolto alle polemiche letterarie da terza pagina è senza dubbio giusto, nella vaga sostanza. Capisco la prosa irridente, ok la vis polemica, ma è la costante tensione politica e concettuale a colpire, è l’assoluta mancanza di riflessione che, normalmente perlomeno, dovrebbe seguire una simile tiritera (l’esposizione della riflessione dovrebbe seguire, magari nei fatti si riflette, si spera, prima di tiriteggiare). E’ il confronto fra la ‘vera sbranaclassifiche’ e il resto della narrativa a vacillare, è l’assoluta mancanza della reale possibilità di paragone, nel succo, di cose che non c’entrano nulla le une con le altre. Ed è subito guelfi e ghibellini,  parrucconi letterati sparaparoloni contro essere umano dotato di gamberi surgelati che, rivendicato, sente legittimata la sua voglia di frolla pronta, vanillina e novolina, perché anche io me lo devo mangiare lo spaghetto allo scoglio, perché anche io valgo. Perché sì, il problema non sono solo capoccioni come Baricco, Grisham e quell’altro, il fissato con la camorra che ci costa un botto di scorta, il problema è che se c’è qualcuno che ti dice che la verdura fresca è meglio di quella surgelata è uno stronzo, mi vuole far sentire in colpa, e lì la legittimazione ti lambisce, ti tranquillizza, vai manzo, quelli sono dei barbosoni, ridiamone, non si sa mai impariamo qualcosa di nuovo e ci venga voglia di cambiare idea. Per carità per carità per carità no, se qualcuno ha un’altra opinione e non si esprime a rutti certamente si sente meglio di me, e si parla di spaghetti. Magari, a cena, il giornalista non parla della Parodi, né trattato filosofico dell’illustre teologo Vito Mancuso, e quasi certamente non considera vip della letteratura nè Grisham, nè Baricco nè Moccia (qui si è buttato, ha capito che sennò sgravava: le adolescenti con quarantenne a rimorchio ha scritto di lui, ma ha subito controbilanciato con le alpine battute di caccia di Erri de Luca: tutto un piano unico, tutto un tanto al chilo, tutto prezzemolo in vendita a mazzetti a cinquecento lire alla Standa). No, lui magari dellutreggia nel suo salotto, porta a vedere la sua biblioteca, i bei volumi di Camus e Celine ben esposti, i Meridiani in fila, gasato. Gnocchi.

Infatti, nei commenti,  lellocalabria ricorda il nonno:

Complimenti all’autrice e un consiglio ai romanzieri che contano: come diceva mio nonno “parla come mangi è non sbagli mai”

e Ososita:

niente chef che se la tirano

Perché se sei serio e fai il tuo mestiere te la tiri, ma smollati!, e magari non è questione solo di spaghetti. Oh, magari invece mi sbaglio io.

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